breve storia della fotografia - Paolo Gerlin

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breve storia della fotografia

fotografia

“In principio era l’oscurità. Poi venne la luce!”

Dare un inizio preciso alla fotografia è complesso, e forse impossibile.

La parte storica della fotografia si concentra tutta negli ultimi 150 anni circa, e le date si susseguono in modo frenetico a colpi di invenzioni e brevetti. La scoperta dei principi della trasmissione della luce attraverso un piccolo foro all’interno di una camera oscurata alla luce risalgono sicuramente ad epoche molto lontane.

La fotografia, o meglio la necessità di catturare le immagini nel modo più scientifico possibile, ha conosciuto un secolare periodo di sperimentazione. La camera oscura, antenata della macchina fotografica, con molta probabilità era nota già nell'antica Grecia. Del fenomeno della proiezioni di immagini attraverso un piccolo foro ne parla già Aristotele nel IV secolo a.C.

Le leggi dell'ottica, sono state oggetto di studio per una cerchia di intellettuali che lavoravano tra Roma, Orvieto e Viterbo negli anni intorno al 1280, vengono indagate nel Rinascimento da artisti come Piero della Francesca e Leonardo da Vinci. Ad usare praticamente la camera obscura furono però per primi i pittori del ‘500 che se ne servivano per ricalcare con il carboncino le immagini capovolte sulle tele che poi avrebbero successivamente dipinto. Molti dei capolavori che troviamo nei musei sono stati dipinti con questo sistema. Il grosso difetto della camera obscura era che l’immagine era molto poco luminosa e per essere vista il pittore doveva stare fisicamente all'interno della camera. La camera obscura era quindi ingombrante e difficilmente trasportabile.
Il passo successivo fu quindi quello di dotare la camera oscura di una lente che convergesse il fascio di luce sul piano focale costituito da un vetro smerigliato in modo da aumentare l’intensità luminosa.
In questo modo il pittore poteva stare dietro all’apparecchio e ricalcare su un foglio l’immagine ripresa dall’obbiettivo. La camera oscura rimase ancora per secoli solo un utile ausilio dei pittori paesaggisti e ritrattisti che non avevano una buona mano.

In
Magiae Naturalis Libri IV, del 1558, Giovanni Battista della Porta, offre una dettagliata descrizione della camera oscura, con tutte le indicazioni per la sua realizzazione e funzionamento. Questa scatola munita di lente in fondo alla quale si formava, rovesciata, l'immagine ripresa divenne uno strumento utilissimo per gli artisti. Già nel XVII secolo l'apparecchio venne perfezionato, ridotto di dimensioni, e con un gioco di specchi si ottenne l'immagine dritta, proiettata su una lastra di vetro.

Nel 1727 Johann Heinrich Schulze, un medico tedesco, scoprì che i sali di nitrato d’argento per effetto della luce si annerivano. Schulze impregnava pezzi di cuoio nei sali d’argento che poi esponeva nell’apparecchio di ripresa. Era nata la prima fotografia. Aveva un solo grande difetto: la foto così realizzata poteva essere guardata solo per pochi minuti ed alla debole luce di una candela; poi diventava, irrimediabilmente, tutta nera. Il fissaggio dell’immagine d’argento, infatti, non era ancora stato inventato.

Verso la fine del XVIII secolo Thomas Wedgwood, che aveva una certa pratica nell’arte delle ceramiche, cercò di fissare le immagini prodotte dalla camera oscura conservata nel laboratorio paterno.  Egli conosceva le proprietà chimiche di reazione alla luce dei sali d'argento e cercò di sfruttarle per "stampare" l'immagine su un supporto. Questa esperienza venne raccontata dall'amico e collaboratore di Wedgwood, Humphry Davy, in un articolo apparso nel 1802 sul Journal of the Royal Institution.

L’esperimento non andò in porto poiché ne nacquero delle semplici fotoincisioni; ma proprio da queste, qualche anno più tardi, sarebbe partito Nicèphore Niépce, scienziato di formazione e litografo.
Egli fece la sua ricerca su binari paralleli: da una parte, attraverso la posa del cloruro d’argento su carta ottenne immagini dirette e integrali della natura in una camera oscura, dall’altra tentò di riprodurre incisioni già esistenti. Niépce fu il primo che riuscì a ottenere immagini permanenti su un supporto.

Nel 1827 Joseph Nicèphore Niépce ottenne la prima vera fotografia stabile nel tempo. Il procedimento si basava sul bitume di giudea (un tipo di fango) che spalmato su una lastra di peltro ed esposto in un apparecchio da ripresa per circa 8 ore diventava insolubile nelle zone dove era stato colpito dalla luce.
Lavando la lastra di peltro (nera) rimanevano attaccate solo le parti di bitume (bianco) esposte alla luce.

Negli stessi anni, accanto agli sviluppi della chimica, proseguono anche le ricerche nel campo dell'ottica.

Nel 1810, il chimico e fisico inglese William Hyde Wollaston inventò la camera lucida (o chiara), più maneggevole e funzionale della camera oscura. Si trattava di un prisma che poteva permettere di guardare simultaneamente il soggetto e il proprio disegno, facilitando il lavoro di riproduzione.

Nei primi decenni del XIX secolo il progresso scientifico permise lo sviluppo di nuovi studi sulla sensibilità alla luce di alcuni materiali che, se opportunamente trattati registravano qualunque variazione di luminosità.
Si scoprì inoltre che sostituendo al vetro una lastra spalmata di qualche sostanza sensibile alla luce, si verificava che la luce stessa si imprimesse sulla lastra sensibile lasciando l’impronta permanente dell’immagine proiettata dall’obbiettivo.

L
invenzione ufficiale della fotografia si deve però a Louis-Jacques Mandè Daguerre che, nel 1837, mette a punto il suo processo fotografico: la dagherrotipia. Questo processo consiste nell’impressionare con la luce di una camera ottica una lastra di rame argentata, precedentemente trattata con dei vapori di iodio. Poiché l’argento così trattato tende per sua natura a ossidarsi, in presenza di luce, sulla lastra rimaneva impressa la scena ripresa dal negativo.
L’immagine realizzata su lastra di rame ricoperta da un sottile strato di argento andava osservata in controluce ed era ricca di dettagli e, cosa più importante, grazie all’invenzione del fissaggio a base di iposolfito, l’immagine era stabile nel tempo. Per l’esposizione erano sufficienti pochi minuti. Nacquero i primi fotografi ritrattisti. Il difetto del dagherrotipo era che non si potevano farne delle copie; ogni esposizione dava vita ad una sola immagine.

Il problema fu risolto pochi anni dopo dall’inglese Willian Fox Henry Talbot che brevettò il primo negativo di carta (calotipo) e dette vita al procedimento negativo-positivo ancora oggi utilizzato.

Lo sviluppo della dagherrotipia fu favorito dalla costruzione di apparecchi speciali dotati di un obbiettivo a menisco acromatico ideato nel 1829 da Charles Chevalier.

Contemporaneamente furono inventati i primi obbiettivi composti da più di una lente in modo da avere immagini più luminose e meglio definite e fu introdotto il diaframma per regolare la quantità di luce e selezionare i raggi di luce che attraversano l’obbiettivo nella zona centrale (quella più nitida).

Qualche anno dopo, nel 1851, l’inglese Frederick Scott Archer brevettò la prima lastra di vetro al collodio. Nonostante dovessero essere preparate all’istante, usate umide e sviluppate subito dopo, richiedevano un’esposizione di alcune frazioni di secondo. Venne così la necessità di dotare gli apparecchi da ripresa di un otturatore in grado di regolare con precisione tempi di scatto inferiori al secondo. Fino a quel momento, infatti, l’esposizione di qualche minuto, veniva fatta togliendo e rimettendo il tappo all’obbiettivo. Potendo fermare l’azione nacquero i primi fotoreporter d’azione.


Nel frattempo James Clerk Maxwell aveva teorizzato i principi della sintesi additiva dei colori e nel 1855 aveva ottenuto i primi risultati incoraggianti, che rese pubblici nel 1861.
Nel suo procedimento l'oggetto colorato veniva ripreso su tre diverse lastre attraverso tre filtri di colore blu, verde e rosso; venivano poi ricavate tre diapositive che, proiettate a registro su uno schermo mediante tre proiettori muniti degli stessi filtri usati per la ripresa, riproducevano a colori il soggetto.

Un procedimento simile, che utilizzava i colori blu, giallo e rosso, venne ideato nel 1862, da Louis Ducos du Hauron al quale si devono anticipazioni per tutti i procedimenti utilizzati fino a oggi.
Nel 1868 egli osservò che un foglio di carta, ricoperto di sottili linee adiacenti di colore blu, verde e giallo, appariva bianco se osservato per trasparenza e grigio se osservato per riflessione e brevettò un procedimento di fotografia a colori basato su questo fenomeno.

Nel 1889, in America, il signor George Eastman brevettò la prima pellicola con base di celluloide. Tre anni dopo lo stesso George Eastman fondò la “Eastaman Kodak Company” destinata a diventare il più grande colosso dell’industria fotografica mondiale.

Nel 1890 i fotografi Hurter e Drieffield iniziarono lo studio sistematico della sensibilità alla luce delle emulsioni, dando origine alla sensitometria.

Un grande miglioramento delle prestazioni degli obbiettivi si ebbe nel 1893, quando Taylor introdusse un obiettivo anastigmatico con sole tre lenti non collate; tale obiettivo fu perfezionato da P. Rudolph nel 1902 con l'introduzione di un elemento posteriore collato.

Nel 1904 i fratelli Lumière (quelli che inventarono il cinema) brevettarono la
prima lastra positiva a colori Autocrome. Il principio si basava su una lastra di vetro sulla quale era stato depositato un sottile strato di cristalli trasparenti di fecola di patate colorati con i colori della sintesi additiva verde, blu e rosso. Sull’altro lato della lastra si trovava una comune emulsione al bromuro d’argento (in bianco e nero). La luce che colpiva l’emulsione in BN doveva quindi attraversare una miriade di cristalli che facevano da filtro ed impressionava il negativo in BN in modo diverso a seconda del colore e dell’intensità della luce. La lastra veniva poi sviluppata ed invertita per ottenere una diapositiva in BN.
Osservando per trasparenza la lastra si poteva vedere una diapositiva a colori (è lo stesso principio su cui si basa la televisione che forma l’immagine attraverso la fusione di puntini colorati di rosso, verde e blu).
Il sistema Autocrome diventò popolarissimo e rimase in voga fino al 1935 quando la Eastman Kodak (americana) e, quasi contemporaneamente, la Agfa (tedesca) misero in commercio le prime pellicole per diapositiva a colori basate su tre strati colorati sovrapposti ad un negativo BN. Lo stesso principio sul quale sono basate le moderne emulsioni fotografiche a colori.
Da allora ad oggi i principi di base non sono stati cambiati; le migliorie sono state apportate alla stabilità ed alla purezza dei colori ed alla sensibilità delle emulsioni che in alcuni casi possono essere esposte con buoni risultati anche a 32.000 ISO.

Altri progressi si ebbero nel 1928 con l'introduzione del sistema reflex e degli strati antiriflesso sulle superfici esterne delle lenti e con il processo Polaroid in bianco e nero introdotto nel 1948 da Edwin H. Land e successivamente esteso al colore.

Negli anni Sessanta con gli esposimetri incorporati nelle macchine fotografiche ebbe inizio l'epoca degli automatismi: l'evoluzione tecnologica in tale campo fu tale che alla fine degli anni Ottanta, con la miniaturizzazione dei circuiti elettronici, la messa a fuoco e l'esposizione diventano completamente automatiche, inoltre micromotori provvedono al caricamento della pellicola, all’avanzamento dopo ogni scatto, e al riavvolgimento nel caricatore al termine dell'uso.

Negli anni Ottanta entrarono in produzione macchine per la fotografia digitale che al posto della pellicola avevano un CCD (Charge Coupled Device) o circuito integrato, lo stesso elemento sensibile delle videocamere.
Questo componente era in grado di analizzare l'intensità luminosa e il colore dei vari punti che costituiscono l'immagine e di trasformarli in segnali elettrici che venivano poi registrati su un supporto magnetico (nastro o disco) che poteva contenere alcune decine di immagini.

L'immagine registrata poteva essere immediatamente rivista su un monitor, stampata da un'apposita stampante, o spedita, via cavo o via etere, a qualsiasi distanza.
Macchine di questo tipo venivano usate soprattutto dai foto reporter, perché permettevano l'immediata trasmissione delle foto ai giornali, che non hanno bisogno di immagini ad alta definizione.

Il fattore negativo della fotografia elettronica era infatti la scarsa definizione delle immagini, in confronto a quella della fotografia tradizionale.
Notevole diffusione ha avuto l'elaborazione elettronica delle immagini fotografiche, che, digitalizzate da uno scanner ad alta definizione, possono essere corrette ed elaborate a piacere. L'immagine elaborata viene poi stampata su pellicola, con la stessa definizione dell'originale.

Negli ultimi anni lo sviluppo della fotografia digitale ha avuto miglioramenti incredibili sia nella fase di ripresa delle immagini che in quella di riproduzione. Da un lato i sofisticati sistemi di esposizione, messa a fuoco, inquadratura e disponibilità immediata delle immagini in fase di ripresa e dall'altro la loro elaborazione sul computer hanno ridimensionato il lavoro di camera oscura per lo sviluppo del negativo e/o della diapositiva e per la loro stampa. Essa richiedeva lunghe ore al buio, pazienza e risorse economiche, al punto che grandi fotografi utilizzavano spesso laboratori professionali per le loro immagini.

Oggi il processo è alla portata di tutti grazie alle immagini digitali che possono essere ritoccate, modificate e trasferite con il computer di casa propria.




 
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